Benito Mussolini (frammento) Canto XL

Allora notammo, sugli ultimi scalini,

    stava seduto, con la testa fra le mani,

    cupo e pensoso, Benito Mussolini.

“Siete già qui? Vi aspettavo per domani...

    Non sono pronto, è un po’ di tempo che non esco...”

    Aveva i piedi scalzi, e in petto strani

fori nella divisa da tedesco.

    Scese la scala, si reggeva al corrimano.

    “Prendo il cappotto? Che dite, farà fresco?”

Ci venne incontro, camminando in modo strano,

    si passò la mano sulla testa calva;

    poi si mise a sedere su un divano

 appoggiando il gomito su un cuscino color malva.

    “In tutto questo almeno mi conforta

    che la signora Petacci è sana e salva,”

disse. “Non capisco, qualcosa è andata storta!

    Un milione di camicie nere

    non c’è nessuno che me le trasporta.

In Abissinia non hanno più da bere;

    mancano i fucilini dei Balilla;

    e il filo spinato per fare altre frontiere!

Continuamente sento una tromba che mi squilla,

    qui nelle tempie, con quella strana nota...

    L’impero arranca, ed il patto già vacilla...

Mi sento stanco ed ho la testa vuota.

    Ditemi: la nostra guerra è vinta o è persa?

    Gira a destra o a sinistra ora la ruota?

Oh! Come la realtà si fa diversa

    da ciò che credi e pensi, dai programmi,

    e si stravolge in modo subdola e perversa

la notizia che rende scuri i telegrammi.

    Fate venire il mio fido Pavolini,

    voglio tagliare alcuni fotogrammi.

Dov’è andata Rachele coi bambini?

    Adolfo? È tanto tempo che non chiama!  

    Ciano! Claretta? Vi prego, statele vicini,

oh, lei sono sicuro che mi ama!”

    Io e Dante ascoltavamo quello strazio

    di soliloquio: Benito, la sua fama,

ancora alla ricerca di uno spazio

    tra la follia, il ricordo e l’illusione,

    un uomo che nel suo ego non è sazio

di avere spinto al disastro una nazione.

    Si mise in piedi: “Andremo via di corsa?

    Accompagnatemi a Como, alla stazione.

Portatemi il mio cappello, la mia borsa,

    portatemi il mio oro, i documenti,

    quelli saranno la mia ultima risorsa

quando sarò sul banco dei perdenti!”

    Nelle pareti si aprirono dei varchi

    piccole porte, entrate inesistenti

e, ad uno ad uno, apparvero i gerarchi.

 

     3

 

“Voi!” urlò Mussolini. “Infame razza!

    Megalòmani, inetti, parassiti,

    esaltati dall’ovazione della piazza,

non basta una camicia nera a farvi ardìti.

    Ad uno ad uno, ora, sfilate al mio cospetto

    dai vostri incarichi siete stati destituiti,

da voi non chiedo coscienza e non l’aspetto.”

    Col capo chino gli sfilarono davanti.

    Ognuno disse: “Duce, mi dimetto!”

Si tolsero stivali e cappello, cinghie e guanti.

    Lui, con rabbia, li colpì in faccia col frustino.

    “Ci sfuggivano le cose più importanti!

L’arroganza non muta il corso del destino.

    Davanti a Dio, che ben comprende le intenzioni,

    e davanti all’Italia, ora mi inchino.

Quando vedi le tue più stupide asserzioni

    trascritte sopra i muri delle case,

    ti illudi d’essere il re delle nazioni.

Voi conoscete la storia, ogni sua fase,

    le scelte e i patti, e come sono andati:

    il rammarico che, infine, mi rimase,

è di avere scelto male gli alleati!

    E l’ignominia di quella fuga in gran segreto.

    Ma la storia non vi ha ancora perdonati

l’orrenda scena in Piazzale Loreto.

    Nessun rispetto, nemmeno della morte,

    mancava solo una spugna con l’aceto!

È lì che un popolo disegna la sua sorte:

    avete fatto una democrazia

    in cui vige la legge del più forte.

Dov’è il diritto? Dov’è la garanzia?

    Il rispetto dell’uomo, l’uguaglianza?

    La storia, a volte, diventa oscura profezia,

e si ripete, se c’è dimenticanza.

    Andiamo” ci disse. “Andiamo, sono pronto!

    Un luogo o l’altro non ha più importanza.

E se il calcolo è fatto pago il conto!”