Ken Saro-Wiva

XXX:1 

“Cosa ci è valso l’essere poeti?                                       

    Inermi nunzii della verità.

    Eroi ribelli. In un mondo di quieti

falsi, svelare le cose a chi non sa.

    Propugnare i diritti della gente;

    chiedere pane, gioia, libertà;

o almeno l’acqua, per chi non ha niente!

    Cosa ci è valso l’essere diversi?

    Colombe trafitte prede di un serpente!

E il sangue, e le parole, ormai dispersi...

    L’indifferenza può più che la prigione,

    e ciò che resta son sparuti versi.

Ma se esiste una scienza e una ragione,

    una memoria storica, una coscienza,

    se un’etnia non basta a una nazione:

la pace è frutto di sana convivenza.

    Chi è più forte dimostri il suo coraggio

    non nel dominio, ma nell’accoglienza.

So che sarà disatteso il mio messaggio

    ancora, e sarà stato inutile morire.

    Quando il cerchio si chiude, e corto è il raggio,

si stravolge il concetto del ‘non dire’,

    si scambia la paura per prudenza,

    l’ignàvia diventa ‘meglio non capire’.

E ciò che conta è la sopravvivenza.

    Ma se il dovere d’essere poeta

    è che di verità non puoi far senza,

e con impeto, in cerchi d’acqua cheta,

    scagli le tue parole come sassi...

    Io l’ostacolo, la mia fine fu la meta,

il petrolio così impedì che io parlassi!

    E se la morte fu il temuto approdo,

    se la lotta fu scritto ch’io lasciassi...

Un boia, almeno, che sapesse fare un nodo

    non si trovò, che mi accorciasse l’agonia...!

    Quattro volte tentò di andare al sodo

l’inetto servo della Compagnia.

    Ora vi chiedo, amici: siamo noi

    i veri morti? I caduti sulla via?

Misera patria a cui servono eroi,

    misera mia terra e scellerato patto,

    a cento e a mille moriranno, e poi?

Ancora resterà senza riscatto!”