
![]() Kewin Carter |
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Kevin Carter - Canto XXX
Ascoltammo Ken, il soliloquio triste.
Lui guardava noi, poi la valle, e più lontano,
e poi la terra, un sogno che persiste.
Sul ciglio di una sorta di altopiano,
l’occhio si apriva all’immensa vallata
arida. Del fiume, ormai, solo un pantano.
Ci voltammo, dal fondo della strada,
un giovane veniva, sui trent’anni:
un po’ di barba, la chioma scompigliata;
sorrideva, come estraneo agli affanni
di quella terra. Abituato alla routine.
Un po’ sciatto e con sgualciti panni.
Centinaia di foto a cartoline,
puntate a un nastro che pendeva al petto,
ritraevano scheletriche bambine.
Si avvicinò. “Scusate,” disse, “mi permetto...”
prendètene qualcuna, per ricordo.
Scegliete pure, non ho fretta. Aspetto!”
Poi ci sorrise: “Benvenuti a bordo!”
ed il ciglio ebbe un battito d’intesa.
“Sono pieno di rabbia, ma non mordo!”
Staccò una foto che portava appesa:
“Prendete questa, è tutta una famiglia
uccisa insieme, torturata e accesa;
ah, ecco, in questa c’è pure l’altra figlia.
Questo è un bambino, diciamo, ‘denutrito’;
la pancia si gonfia e il bacino si assottiglia;
aveva il fèmore più esile di un dito.
Qui due bambini saltati su una mina.
Questo aspetta il suo pasto proibito:
vedete come stende la manina!”
“Kevin1,” gli disse Saro, “hanno compreso!”
Ma lui: “Questa l’ho fatta una mattina,
vidi la morte... e lì mi sono arreso...!”
Staccò la foto con mano tremolante,
come se il braccio non reggesse il peso.
Dante la prese ed io guardai esitante:
raffigurava un corpicino nero
e un avvoltoio, lì, poco distante.
La piccola si trascinava sul sentiero:
un pugno d’ossa, con la faccia a terra.
L’avvoltoio più in là, col becco fiero,
lo sguardo di chi ha già vinto la sua guerra.
Già sa: lei striscerà l’ultimo metro,
e lui sarà la morte che l’afferra.
Nemmeno il tempo di guardarsi indietro!
“Io ero lì,” esclamò lui, “ero presente!
Ho visto la tragedia, il fronte e il retro...
Feci la foto e per il resto...niente.
Una totale resa a quel destino,
una chiara incoscienza da impotente.
Tutto ciò che vedete rosso non è vino!
E tutto ciò che è nero è anima e carne;
io lo so bene: vi dormii vicino...
Prendete questa, saprete cosa farne!”
“Kevin,” ripeté Saro, “hanno capito!
Cos’altro si può far, più che parlarne?
Ma il mondo ha visto, e non ha reagito.
L’Africa è un cosmo sempre più lontano.
Tu hai fatto e detto e a cosa ti è servito,
il più importante premio americano?
Di coloro che hanno apprezzato la tuo foto,
in quanti sanno che sei morto invano,
sperando di parlare a un mondo vuoto?”
Lui raccolse le foto e le riappese,
poi ci parlò al passato remoto:
“Io fui, vidi e raccolsi orgogli e offese.
Di ciò che feci adesso non mi vanto,
né mi vergogno del mio cuore che si arrese!
Kevin Carter. Piacere mio! Scusate tanto!”