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Satana
Canto XLIV:6,7
6
Sopra il braciere a mezz’aria stava sospesa
una possente griglia, in verticale:
un quadrato di ferro, un cerchio, e il centro
corrispondeva all’incrocio in diagonale.
Come incollato, con braccia e gambe spalancate,
vi stava sospeso il ‘principe del male’.
7
Notai che non c’erano ganci né catene
che lo fissassero alla graticola rovente.
Domandai a Dante: “Che cosa lo sostiene?”
E lui: “D’umano, a prima vista, niente.
Ma guardagli il petto” e gli tremò la voce.
Satana, il più crudele, il più potente,
trafitto al cuore da un solo chiodo della croce.
Guardai la griglia, la vidi più vicina.
“Non temere,” mi disse Dante, “non ti nuoce:
basta un chiodo se dentro c’è forza divina.”
Ma più guardavo più diventava grande.
Si contorceva come una vipera assassina.
“Ho io risposte per le tue domande!”
mi gridò, e il suo alito giunse fino a noi.
“Non è con Cristo che diventi grande:
non l’hai capito? il mondo sta con noi!”
Poi diventò donna, nuda, procace ed invitante.
“Non prendere ad esempio gli eroi!”
E poi fu bestia, e fu terrificante:
le braccia come due ali di dragone,
muso di lupo, la pelle a squame, orripilante,
i piedi come due zampe di caprone.
Poi tornò uomo, la camicia bianca.
In greco antico intonò una mia canzone.
“Ho io per te di tutto quello che ti manca!
Veniat regnum meum!” urlò in latino.
Si trasformò in mia madre, vecchia e stanca,
che portava per mano me, bambino.
Fu io da giovane e poi io adulto, la mia vita
mi sciorinò come il bagliore di un mattino.
Urlò qualcosa nella lingua israelita,
poi in ispagnolo disse: “Abjura la palabra,
prima che la tua storia sia finita!”
E gli uscivano come diamanti dalle labbra.
In basso, messi ai due lati del braciere,
c’eran due tipi con la pelle glabra:
uno minuto, e vederlo lì fu un gran piacere,
si affannava a gettar carbone sulla brace.
Dall’altro lato un suo collega di mestiere:
un folle criminale ed un rapace;
di quel demonio che arrostiva sulla griglia
uno fu emulo e l’altro fu seguace.
In genere chi si prende si assomiglia,
ed essi scesero ad odiosi patti.
La storia del destino è madre e figlia,
e Hitler e Stalin non furono due matti.
Satana urlò: “Ioseb3!” e parlò in russo
verso il tiranno che attizzava a scatti.
Poi ancora a me: “La tua vita non è un lusso.
Scegli noi, scegli la gloria da vivo;
àprimi se alla tua porta vengo e busso.
Àprimi, sono tuo padre redivivo,
sono le cose che non hai mai avuto,
tutto ciò di cui sei stato sempre privo,
saprai le cose che non hai mai saputo...”
Mi gridò ancora: “Rinnega la Parola!
pròstrati e tutto ti sarà dovuto!”
“No” dissi, “la verità è una e sola,
una è la via.” Lui ripeté. “Abiura!”
Sbatté le braccia come un’aquila che vola.
“No!” gridai forte, e la mia voce fu sicura.
Lui, allora, come in preda a convulsioni,
si contorse, emise un urlo da paura:
“Io sono l’unico re delle nazioni!
veniat regnum, mille e non più mille...!”
La caverna tremò scossa da tuoni,
lingue di fuoco, e un’aria di scintille.